Peter Kreeft e Ronald K. Tacelli
L’argomento dal consenso comune
Traduzione e adattamento in italiano a cura di Tommaso Maria Minardi, su autorizzazione di Peter Kreeft. Testo tratto da Handbook of Christian Apologetics.
Questa prova assomiglia per alcuni aspetti all’argomento dall’esperienza religiosa e per altri all’argomento dal desiderio.
- La fede in Dio — l’Essere al quale spettano venerazione e culto — è comune alla grande maggioranza dei popoli e delle epoche.
- O la maggior parte dell’umanità si è ingannata su una dimensione fondamentale della vita, oppure questa diffusissima convinzione risponde a una realtà.
- È più ragionevole riconoscervi una percezione, magari imperfetta, del divino che postulare un errore universale.
Nessuno nega la diffusione storica della religione. La domanda è se questo fatto costituisca una prova della verità religiosa. La capacità di venerare e adorare sembra appartenere alla natura umana; è difficile credere che una facoltà naturale tanto universale sia, per sua stessa natura, totalmente priva di oggetto.
È più probabile che la privazione o l’illusione riguardino chi nega ogni realtà religiosa, come una persona priva d’udito che negasse la musica o chi non vede i colori ne negasse l’esistenza, piuttosto che l’intero genere umano lungo quasi tutta la sua storia.
Domanda 1. La maggioranza non è infallibile. Quasi tutti si sbagliavano sul movimento del Sole e della Terra; perché non potrebbero sbagliarsi anche su Dio?
Risposta. Chi sosteneva una teoria astronomica errata faceva comunque esperienza reale del Sole, della Terra e del movimento; sbagliava nell’interpretare quale corpo si muovesse. Analogamente, le religioni possono interpretare diversamente o imperfettamente l’esperienza del divino senza che l’oggetto di ogni esperienza sia inesistente. Credere in Dio assomiglia inoltre a una relazione personale: se Dio non esistesse, miliardi di persone avrebbero risposto con amore e venerazione letteralmente a nessuno.
Una simile illusione collettiva è concepibile, ma non per questo probabile. Quando molte esperienze convergono, la spiegazione più semplice può essere che qualcosa sia realmente presente, anche se percepito e descritto in modi differenti.
Domanda 2. Non esiste una spiegazione psicologica plausibile? La fede potrebbe derivare dalle paure infantili e dal bisogno di proiettare nel cielo un padre protettivo.
Risposta. Questa non è ancora una spiegazione naturalistica della falsità della religione; spesso è soltanto l’affermazione della sua falsità rivestita di linguaggio psicologico. Cerchiamo spiegazioni psicologiche soprattutto per le idee che presumiamo già false, non per quelle che riteniamo vere. Domandare perché qualcuno creda in Dio a causa dei propri bisogni non stabilisce se Dio esista, così come spiegare il desiderio di cibo non dimostra che il cibo sia immaginario.
Il simbolo paterno può certamente influenzare il modo in cui pensiamo Dio, e la tradizione cristiana riconosce una somiglianza fra paternità umana e divina. Ma il simbolo non prova che Dio sia una proiezione; potrebbe essere il contrario: la paternità umana può riflettere in modo finito una sorgente trascendente. Il consenso comune non è una dimostrazione infallibile, ma costituisce un dato importante che l’ateismo deve spiegare.
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