Peter Kreeft e Ronald K. Tacelli

L’argomento kalām

Traduzione e adattamento in italiano a cura di Tommaso Maria Minardi, su autorizzazione di Peter Kreeft. Testo tratto da Handbook of Christian Apologetics.

La parola araba kalām significa letteralmente «discorso», ma è passata a indicare una forma di teologia filosofica comprendente dimostrazioni secondo cui il mondo non può avere un passato infinito e deve dunque essere stato creato da Dio. Argomenti di questo tipo hanno esercitato a lungo una vasta attrazione sia sui cristiani sia sui musulmani. La loro forma è semplice e diretta.

  1. Tutto ciò che comincia a esistere ha una causa del proprio venire all’essere.
  2. L’universo ha cominciato a esistere.
  3. L’universo ha dunque una causa del proprio venire all’essere.

Concediamo la prima premessa. Quasi tutti — al di fuori dei manicomi e di certi corsi universitari — la considererebbero non soltanto vera, ma certamente ed evidentemente vera.

È vera la seconda premessa? L’universo, cioè l’insieme di tutte le realtà comprese nello spazio e nel tempo, ha avuto un inizio? Negli ultimi tempi questa premessa ha ricevuto un forte sostegno dalle scienze naturali, con la cosmologia del Big Bang. Esistono però anche argomenti filosofici a suo favore.

Un compito infinito può mai essere eseguito e portato a termine? Se per raggiungere un certo traguardo dovessero precederlo infiniti passi, si potrebbe mai arrivare alla fine? Evidentemente no, neppure in un tempo infinito: un tempo infinito non terminerebbe mai, proprio come la successione dei passi. Nessun traguardo verrebbe raggiunto e il compito non potrebbe mai essere completato.

Che dire del passo immediatamente precedente alla fine? Se il compito è davvero infinito, anche quel punto dovrebbe essere preceduto da un’infinità di passi e non potrebbe essere raggiunto. Lo stesso vale per il passo precedente, e così per ogni elemento della successione: prima di ciascuno bisognerebbe aver attraversato uno per uno infiniti altri passi. Il problema nasce dal supporre che una successione infinita possa raggiungere per successione temporale un punto qualsiasi.

Se l’universo non avesse avuto inizio, sarebbe sempre esistito e avrebbe un’età infinita. Prima di oggi dovrebbe quindi essere trascorsa una quantità infinita di tempo: per arrivare al giorno presente si sarebbe dovuto completare un numero infinito di giorni, aggiungendone uno dopo l’altro. È esattamente il problema del compito infinito. Se siamo giunti a oggi, la successione realmente infinita della storia avrebbe raggiunto, e fino a questo punto completato, il momento presente, perché in ogni presente l’intero passato è già accaduto. Ma una serie infinita di passi non potrebbe raggiungere né questo punto né alcun punto precedente.

O il giorno presente non è stato raggiunto, oppure il processo che vi ha condotto non era infinito. Ma il giorno presente è evidentemente arrivato; quindi il processo non era infinito. L’universo ha avuto un inizio e possiede pertanto una causa del proprio venire all’essere: un Creatore.

Domanda 1. I cristiani credono che vivranno per sempre con Dio e che il futuro non avrà fine. Perché anche il passato non potrebbe essere senza fine?

Risposta. La domanda contiene già la risposta. I cristiani credono che la loro vita con Dio non finirà mai: proprio per questo non formerà mai una serie infinita effettivamente compiuta. In termini più tecnici, un futuro senza fine è potenzialmente infinito, ma non lo è mai in atto. Pur continuando ad ampliarsi, la sua estensione effettiva resterà sempre finita. Ciò è possibile soltanto se l’intera realtà creata ha avuto un inizio.

Domanda 2. Come sappiamo che la causa dell’universo esiste ancora? Forse ha dato avvio all’universo e poi ha cessato di essere.

Risposta. Cerchiamo una causa dell’essere spazio-temporale. Questa causa ha creato l’intero universo dello spazio e del tempo, e spazio e tempo devono appartenere alla creazione. Non può dunque essere un altro essere spazio-temporale, altrimenti riemergerebbero tutti i problemi della durata infinita. Deve trovarsi in qualche modo oltre i limiti e i vincoli dello spazio e del tempo.

È difficile comprendere come un simile essere possa «cessare» di esistere. Sappiamo come cessa di essere una realtà interna all’universo: nel tempo subisce l’azione fatale di una causa esterna. Ma questa immagine vale per noi e per ogni essere limitato dallo spazio e dal tempo. Un essere non sottoposto a tali limiti non può «cominciare» né «cessare» di essere. Se esiste, deve esistere eternamente.

Domanda 3. Questa causa è davvero Dio, un «Egli» e non un semplice «esso»?

Risposta. Supponiamo che la causa dell’universo esista eternamente e non sia personale: avrebbe prodotto l’universo non attraverso una scelta, ma per il semplice fatto di esistere. Sarebbe allora difficile capire come l’universo possa non essere infinitamente antico, poiché tutte le condizioni necessarie alla sua esistenza sarebbero date dall’eternità. Ma l’argomento kalām ha mostrato che l’universo non può essere infinitamente antico. L’ipotesi di una causa eterna e impersonale conduce quindi a un’incoerenza.

Una via d’uscita esiste, se l’universo è il risultato di una libera scelta personale. Possiamo allora comprendere come una causa eterna produca un effetto temporalmente limitato. L’argomento kalām non dimostra tutto ciò che i cristiani credono di Dio; ma quale dimostrazione lo fa? Dimostrare meno di tutto è ben lontano dal non dimostrare nulla. Esso prova qualcosa di centrale per la fede cristiana: l’universo non è eterno e privo di inizio; esiste un Creatore del cielo e della terra. E confuta l’immagine prediletta da molti atei: una materia autosufficiente che muta senza fine in un tempo infinito.