Peter Kreeft e Ronald K. Tacelli

L’argomento dai gradi di perfezione

Traduzione e adattamento in italiano a cura di Tommaso Maria Minardi, su autorizzazione di Peter Kreeft. Testo tratto da Handbook of Christian Apologetics.

Attorno a noi osserviamo realtà che variano secondo determinate qualità. Una tonalità di colore può essere più chiara o più scura di un’altra; una torta di mele appena sfornata è più calda di una tolta dal forno alcune ore prima; la vita di chi dona e riceve amore è migliore di quella di chi non lo fa.

Disponiamo così alcune cose secondo un più e un meno. Nel farlo, le pensiamo spontaneamente lungo una scala che tende verso un massimo e un minimo. Consideriamo, per esempio, la tonalità più chiara come più vicina alla luminosità del bianco puro e quella più scura come più vicina all’opacità del nero assoluto. Le concepiamo dunque a differenti «distanze» dagli estremi e come partecipi, in misura maggiore o minore, di ciò che gli estremi possiedono pienamente.

Talvolta è proprio la distanza concreta da un estremo a determinare la differenza fra «più» e «meno». Le cose, per esempio, sono più o meno calde a seconda della loro distanza da una fonte di calore. La fonte comunica loro la qualità del calore che possiedono in grado maggiore o minore. Ciò significa che il loro grado di calore è causato da una fonte esterna.

Quando pensiamo alla bontà delle cose, una parte di ciò che intendiamo riguarda il loro essere in quanto tale. Riteniamo, per esempio, che un modo di essere relativamente stabile e permanente sia migliore di uno fuggevole e precario. Perché? Perché comprendiamo, a un livello profondo anche se non sempre consapevole, che l’essere è la sorgente e la condizione di ogni valore: in definitiva, essere è meglio che non essere.

Riconosciamo perciò la superiorità intrinseca di tutti quei modi di essere che ampliano le possibilità, ci liberano dai limiti restrittivi della materia e ci permettono di partecipare all’essere delle altre realtà, arricchendole e lasciandoci arricchire. In altre parole, riconosciamo tutti che un essere intelligente è migliore di uno privo d’intelligenza; che un essere capace di donare e ricevere amore è migliore di uno che non può farlo; che il nostro modo di essere è migliore, più ricco e più pieno di quello di una pietra, un fiore, un lombrico, una formica o perfino una piccola foca.

Ma se questi gradi di perfezione appartengono all’essere, e nelle creature finite l’essere è causato, deve esistere un «ottimo»: una sorgente e un criterio reale di tutte le perfezioni che riconosciamo in noi in quanto esseri.

Questo essere assolutamente perfetto — l’«Essere di tutti gli esseri», la «Perfezione di tutte le perfezioni» — è Dio.

Domanda 1. L’argomento presuppone un «meglio» reale. Ma tutti i nostri giudizi comparativi di valore non sono forse puramente soggettivi?

Risposta. Il semplice fatto di porre la domanda contiene già la risposta. Chi domanda non lo farebbe se non ritenesse realmente migliore porla anziché non porla, e realmente migliore trovare la risposta vera anziché non trovarla. Si può professare il soggettivismo, ma non lo si può vivere.