Peter Kreeft · Sul cristianesimo

Argomenti per la vita dopo la morte

Testo pubblicato con l’autorizzazione dell’autore.

Titolo originale: The Case for Life After Death.

Si può dimostrare che esiste una vita dopo la morte?

Ogni volta che discutiamo se una cosa possa essere dimostrata, dovremmo distinguere cinque domande diverse su di essa:

  1. Esiste davvero oppure no? «Essere o non essere: questo è il problema».
  2. Se esiste, sappiamo che esiste? Una cosa può ovviamente esistere senza che noi lo sappiamo.
  3. Se sappiamo che esiste, possiamo essere certi di questa conoscenza? La nostra conoscenza potrebbe essere vera ma incerta; potrebbe essere un’«opinione corretta».
  4. Se è certa, esiste una prova logica, una dimostrazione del perché abbiamo il diritto di esserne certi? Possono esserci certezze non dimostrabili logicamente, come la mia stessa esistenza o il principio di non contraddizione.
  5. Se esiste una prova, è scientifica nel senso moderno di «scientifico»? È verificabile pubblicamente mediante la logica formale e/o l’osservazione empirica? Possono esserci altri generi validi di prova, oltre a quelli del metodo scientifico.

Il quinto punto è particolarmente importante quando ci si domanda se sia possibile dimostrare la vita dopo la morte. Penso che dipenda dai generi di prova che si è disposti ad accettare. Non la si può dimostrare come un teorema della geometria euclidea, né la si può osservare come un virus. L’esistenza della vita dopo la morte, infatti, da una parte non è una tautologia logica: la sua negazione non implica una contraddizione, come accade per un teorema euclideo. Dall’altra, non può essere provata o confutata empiricamente, almeno prima della morte, semplicemente perché, per definizione, ogni esperienza prima della morte è esperienza della vita prima della morte, non della vita dopo la morte.

Se la vita dopo la morte non può essere dimostrata scientificamente, è allora intellettualmente irresponsabile accettarla? Soltanto se si presume che sia intellettualmente irresponsabile accettare qualsiasi cosa non possa essere dimostrata scientificamente. Ma questa premessa è contraddittoria in se stessa, e dunque intellettualmente irresponsabile! Non si può dimostrare scientificamente che le uniche prove accettabili siano le prove scientifiche. Non si può dimostrare logicamente o empiricamente che soltanto le prove logiche o empiriche siano accettabili come prove. Non lo si può dimostrare logicamente perché la negazione di questa affermazione non implica una contraddizione, e non lo si può dimostrare empiricamente perché né una prova né il criterio della sua accettabilità sono entità empiriche. Dunque lo scientismo, ossia la premessa secondo cui soltanto le prove scientifiche valgono come prove, non è scientifico: è un dogma di fede, una religione.

1. Nessuna obiezione ragionevole

La prima ragione per credere nella vita dopo la morte è semplicemente che non esiste alcuna ragione cogente per non farlo, alcuna obiezione alla quale non si possa rispondere. Le due obiezioni più frequenti sono le seguenti.

(a) Poiché non esistono prove conclusive della vita dopo la morte, credervi è irresponsabile quanto credere negli UFO o nell’alchimia. Forse non possiamo confutarla: confutare una negazione universale è sempre difficile, se non impossibile. Ma se non possiamo nemmeno dimostrarla, è il desiderio che le cose stiano così, non l’evidenza, a farcela credere.

Ora, chi solleva questa obiezione intende per «evidenza» o soltanto l’evidenza empirica, oppure ogni genere di evidenza. Se intende la seconda, ignora tutte le prove della vita dopo la morte che seguono. Le evidenze sono molte. Se intende la prima, cade nell’autocontraddizione appena menzionata. Non esiste alcuna evidenza empirica che l’unico genere di evidenza da accettare sia quello empirico.

Nella maggior parte delle obiezioni di questo tipo, che si pretendono scientifiche, si avanza apertamente o implicitamente una richiesta impossibile, la richiesta di una prova scientifica, e poi si rimprovera alla credenza di non soddisfarla. È come argomentare contro l’esistenza di Dio dicendo: «Non l’ho trovato nella mia provetta», oppure come l’«argomento» dei primi cosmonauti sovietici, secondo cui nello spazio non avevano trovato alcun Dio. Per ipotesi, se Dio esiste, non si trova in una provetta o nello spazio. Questo farebbe di lui una sostanza chimica o una meteora. Un viaggio in taxi attraverso Cleveland confuta i quasar tanto quanto un esperimento di laboratorio confuta Dio, o la chimica del cervello confuta l’anima o la sua immortalità. Pretendere che entità non empiriche si sottopongano a verifica empirica è una richiesta contraddittoria in se stessa. La convinzione che qualcosa esista al di fuori di un sistema non può essere confutata osservando il comportamento di quel sistema. I pesci rossi non possono confutare l’esistenza dei loro proprietari umani osservando le correnti d’acqua nella boccia.

(b) L’argomento positivo più forte contro la vita dopo la morte è l’osservazione dello spirito alla mercé della materia. Quando il cervello muore, non vediamo più alcuna vita mentale. Anche quando è vivo, un colpo alla testa compromette il pensiero. La coscienza sembra rapportarsi alla materia come la luce di una candela alla candela: una volta esaurito il combustibile, la luce si spegne. Il corpo e il suo sistema nervoso sembrano essere il combustibile, la causa; e l’attività immateriale, la coscienza, sembra esserne l’effetto. Eliminate la causa e avrete eliminato l’effetto. La coscienza, in altre parole, sembra essere un epifenomeno, un effetto ma non una causa, come il calore generato dall’elettricità che scorre lungo un filo fino a un apparecchio, o i fumi che escono dal tubo di scappamento di un motore.

Che cosa dimostra la dipendenza osservata della mente dalla materia, se non la mortalità dell’anima? Aspettate. Anzitutto, che cosa osserviamo esattamente? Osserviamo che le manifestazioni fisiche della coscienza, per esempio il parlare, cessano quando il corpo muore. Non osserviamo che lo spirito cessa di esistere, perché non osserviamo affatto lo spirito: osserviamo soltanto le sue manifestazioni nel corpo. Le osservazioni del corpo non decidono se esso sia lo strumento di uno spirito indipendente, che continua a esistere dopo la morte del suo corpo-strumento, oppure la causa di uno spirito dipendente, che muore quando muore la sua causa. Entrambe le ipotesi spiegano i fatti osservati.

Quando un corpo è paralizzato, la mente e la volontà continuano a operare, anche se sono private della possibilità di esprimersi. La morte corporea potrebbe essere semplicemente una paralisi totale. Quando togliete il microfono a un oratore, il pubblico non può più sentirlo. Ma egli rimane un oratore. Il corpo potrebbe essere il microfono dell’anima. La dipendenza dell’anima dal corpo potrebbe somigliare, in qualche misura, a quella di una nave da un bacino di carenaggio. Le navi non vengono costruite in mare aperto, ma in un bacino; tuttavia, una volta che lo lasciano, non affondano, ma diventano navi che galleggiano liberamente. Il corpo potrebbe essere il bacino di costruzione dell’anima oppure, per usare una metafora ancora migliore, il suo grembo; e la sua morte potrebbe essere l’uscita dell’anima da quel grembo.

E l’analogia della candela? Anche nell’analogia, la luce non si spegne: sale. Continua a viaggiare nello spazio, osservabile da altri pianeti. «Esce» come un bambino che esce a giocare: viene liberata.

Ma che dire della necessità di un cervello per pensare? Il cervello potrebbe non essere la causa del pensiero, ma ciò che lo restringe, la sua «valvola riduttrice», come suppongono Bergson, James e Huxley: un organo dell’oblio anziché del ricordo, che elimina dal campo totale della coscienza tutto ciò che non serve a uno scopo presente. Così, quando il cervello muore, si avrebbe più coscienza, anziché meno: le paratoie si aprono. Questo spiegherebbe il fatto, ben noto, che chi sta morendo ricordi tutta la propria vita passata in un istante, con straordinaria chiarezza, ricchezza di dettagli e comprensione.

In breve, l’evidenza, anche quella empirica, sembra almeno altrettanto compatibile con l’immortalità dell’anima quanto con la sua mortalità.

2. L’argomento d’autorità

Secondo i medievali, i filosofi più logici, «l’argomento d’autorità è il più debole degli argomenti». Rimane tuttavia un argomento, una probabilità, un elemento di prova. Quaranta milioni di francesi possono sbagliarsi, ma è meno probabile che si sbaglino rispetto a quattro francesi.

Il primo argomento d’autorità a favore della vita dopo la morte è semplicemente quantitativo: la «democrazia dei morti» vota a suo favore. Quasi tutte le culture precedenti alla nostra hanno creduto fermamente, persino ufficialmente, in una qualche sua forma. I bambini vi credono naturalmente e spontaneamente, a meno che non vengano condizionati a non farlo.

Un secondo argomento d’autorità è più forte perché qualitativo, anziché quantitativo: quasi tutti i sapienti vi hanno creduto. Naturalmente non dobbiamo rispondere alla domanda «Come sapete che erano sapienti?» dicendo «Perché ci credevano»: sarebbe una pura e semplice petizione di principio. Ma vi hanno creduto pensatori considerati sapienti per altre ragioni; perché questa loro convinzione dovrebbe fare eccezione alla loro sapienza?

Infine, abbiamo l’autorità suprema degli insegnamenti di Gesù. La fede nella vita dopo la morte è centrale in tutto il suo messaggio, «il Regno dei cieli». Anche se non credete che egli sia Dio incarnato, potete credere che sia uno sciocco ingenuo?

3. La conservazione dell’energia

Gli argomenti fondati sulla ragione sono logicamente più forti di quelli fondati sull’autorità. Le premesse, o le evidenze, degli argomenti razionali possono essere tratte da tre fonti, tre livelli della realtà: ciò che è inferiore a noi, la natura; noi stessi, la vita umana; oppure ciò che è superiore a noi, Dio. Anche qui procediamo dall’argomento più debole a quello più forte.

Potremmo argomentare a partire dal principio di conservazione dell’energia. Non osserviamo mai che una forma di energia venga creata o distrutta, ma soltanto trasformata. L’immortalità dell’anima sembra essere l’equivalente spirituale della conservazione dell’energia. Se persino la materia è immortale, perché non lo spirito?

4. La natura dell’uomo

La classe successiva di argomenti è tratta dalla natura dell’uomo. Ciò che in noi sopravvive alla morte dipende da ciò che è in noi adesso. La morte è come la menopausa. Se nell’identità di una donna non c’è altro che la maternità, allora la sua identità ha difficoltà a sopravvivere alla menopausa. La vita dopo la menopausa somiglia un poco alla vita dopo la morte.

4a. Il più semplice e ovvio di questi argomenti si potrebbe chiamare «l’argomento dell’uomo primitivo a partire dalla mucca morta». L’uomo primitivo ha due mucche. Una muore. Qual è la differenza tra Mucca Morta e Mucca Viva? L’uomo primitivo osserva. In realtà è piuttosto intelligente. Subito dopo la morte non sembra esserci alcuna differenza materiale nelle dimensioni o nel peso. Eppure la differenza è enorme: manca qualcosa. Che cosa? La vita, naturalmente. E che cos’è? La risposta è ovvia per qualsiasi osservatore intelligente la cui mente non sia annebbiata dalle teorie: la vita è ciò che fa respirare Mucca Viva. La vita è respiro. In molte lingue antiche la parola che indica l’«anima», o la «vita», è la stessa che indica il «respiro». L’anima non è l’aria, che è ancora nei polmoni di Mucca Morta, ma il potere di muoverla.

Si vede così che la vita non è una cosa materiale, come un organo. È la vita degli organi, del corpo; non ciò che vive, ma ciò mediante cui viviamo. Ora, questa fonte della vita non può morire come muore il corpo, cioè per la rimozione dell’anima. All’anima non si può togliere l’anima. Ciò che può morire ha la vita in prestito; la vita non ha la vita in prestito.

Il «punto debole» dell’argomento è che quest’«anima» potrebbe a sua volta avere la vita in prestito da una fonte superiore e trasmetterla al corpo soltanto dopo averla ricevuta essa stessa. Questo è, in effetti, l’insegnamento biblico, contrario alla concezione greca dell’immortalità intrinseca, necessaria ed eterna dell’anima. Dio dà la vita alle anime, e le anime possono morire se la rifiutano. Ma, in ogni caso, l’anima sopravvive alla morte del corpo.

4b. Un altro elemento di prova piuttosto semplice della presenza in noi di una realtà immateriale, l’anima, che non è soggetta alle leggi della materia e alla sua morte, è l’esperienza quotidiana di una vera magia: il potere della mente sulla materia. Ogni volta che muovo deliberatamente il braccio, faccio una magia. Se non ci fossero una mente e una volontà a comandare il braccio, ma soltanto muscoli; se ci fossero muscoli e un sistema nervoso e persino un cervello, ma nessuna mente cosciente a comandarli, il braccio non potrebbe alzarsi, a meno che non fosse più leggero dell’aria. Quando il corpo muore, le sue braccia non si muovono più; il corpo torna a obbedire a leggi puramente materiali, come una spada lasciata cadere da uno spadaccino.

Detto ancora più semplicemente, la mente non fa parte del sistema della materia, non è misurabile secondo criteri materiali: quanti centimetri è lunga la vostra mente? Dunque non deve necessariamente morire quando muore il corpo materiale. L’argomento è così semplice ed evidente che viene da domandarsi chi sia il vero «primitivo»: il «selvaggio» che lo comprende o il sofisticato materialista moderno che non riesce a comprendere la differenza tra mente e cervello.

4c. Un argomento scolastico tradizionale a favore dell’anima immortale è tratto dalla presenza di due operazioni che non sono operazioni del corpo: (1) il pensiero astratto, distinto dalla sensazione esterna e dall’immaginazione interna; e (2) il volere deliberato e razionale, distinto dal desiderio istintivo. Il mio pensiero non è limitato a immagini sensibili come le piramidi: può comprendere principi universali astratti come i triangoli. E le mie scelte non sono limitate ai desideri e agli istinti del mio corpo. Digiuno, dunque sono.

4d. Un altro potere dell’anima, o dello spirito, che indica che essa non è una parte o una funzione del corpo, e dunque non è soggetta alle sue leggi e alla sua mortalità, è la capacità di rendere il proprio corpo oggetto di conoscenza. Posso conoscere una pietra soltanto perché sono più di una pietra. Posso ricordare il mio passato. Il mio presente è vivo; il mio passato è morto. Posso conoscere e amare il mio corpo soltanto perché sono più del mio corpo. Come la macchina da proiezione deve essere più delle immagini proiettate, chi conosce deve essere più degli oggetti conosciuti. Dunque io sono più del mio corpo.

4e. Un altro argomento tratto dalla natura dell’anima, o dello spirito, è che essa non ha parti quantificabili e numerabili come la materia. Potete tagliare a metà un corpo, ma non un’anima; non potete avere mezza anima. Essa non è estesa nello spazio. Non tagliate via un centimetro della vostra anima quando vi tagliate i capelli.

Poiché l’anima non ha parti, non può essere decomposta come un corpo. Tutto ciò che è composto di parti può essere decomposto: una molecola in atomi, una cellula in molecole, un organo in cellule, un corpo in organi, una persona in corpo e anima. Ma l’anima non è composta, dunque non è decomponibile. Potrebbe morire soltanto venendo annientata nella sua interezza. Ma questo contrasterebbe con una legge fondamentale dell’universo: nulla svanisce semplicemente e assolutamente, così come nulla compare dal nulla senza una causa.

Ma se l’anima non muore né nelle sue parti, per decomposizione, né nella sua interezza, per annientamento, allora non muore.

4f. Un ultimo argomento a favore dell’immortalità, tratto dall’esperienza presente di ciò che è l’anima, viene da Platone. Nella Repubblica è formulato in modo così perfetto che lo cito nella sua forma originale, aggiungendo soltanto dei numeri per distinguere i passaggi dell’argomento:

Il male è tutto ciò che distrugge e corrompe…

Ogni cosa ha il suo male… per esempio l’oftalmia per l’occhio, la malattia per tutto il corpo, la muffa per il grano e per il legno, la ruggine per il ferro…

Il male naturale di ciascuna cosa… la distrugge; e se questo non la distrugge, nient’altro può farlo… (a) perché non penso che il bene possa mai distruggere qualcosa, (b) né ciò che non è né bene né male, (c) ed è certamente irragionevole… che il male di qualcos’altro distrugga una cosa quando il suo stesso male non lo fa.

Se dunque troviamo qualcosa che esiste e che ha un proprio male, ma al quale questo può soltanto nuocere senza dissolverlo o distruggerlo, sapremo subito che per una tale natura non esiste distruzione…

L’anima ha qualcosa che la rende cattiva… l’ingiustizia, l’intemperanza, la viltà, l’ignoranza. Ora, una qualsiasi di queste cose la dissolve e la distrugge?…

Dunque, poiché non è distrutta da alcun male, né dal proprio né da un male estraneo, è chiaro che l’anima deve necessariamente essere… immortale.

5. La natura di Dio

Passiamo ora a una classe più forte di argomenti: non dalla natura dell’uomo, ma dalla natura di Dio; non «per ciò che sono, devo essere immortale», ma «per ciò che Dio è, sono immortale». La debolezza di questo tipo di argomento nell’apologetica pratica è, naturalmente, che non convince chi non è già convinto, perché presuppone l’esistenza di Dio: chi ammette Dio di solito ammette già anche la vita dopo la morte, mentre chi nega l’uno di solito nega anche l’altra. Eppure, pur essendo debole sul piano apologetico, l’argomento è potente sul piano teorico, perché fornisce la ragione o causa reale e vera per cui sopravviviamo alla morte: Dio lo vuole.

5a. Potremmo anzitutto argomentare dalla giustizia di Dio. Poiché Dio è giusto, il suo modo di trattarci deve essere giusto, almeno alla lunga, nel quadro complessivo. «Alla lunga» è la risposta al problema del male, alla distribuzione apparentemente ingiusta della sofferenza. Qui gli innocenti soffrono e i malvagi prosperano; dunque «qui» non può essere il «lungo periodo», il quadro complessivo. Deve esserci una giustizia dopo la morte che compensi l’ingiustizia prima della morte. È questo il punto della parabola di Gesù sul ricco e Lazzaro.

5b. L’argomento successivo, tratto dall’amore di Dio, è più forte di quello tratto dalla sua giustizia, perché l’amore è più essenziale a Dio. L’amore è l’essenza di Dio; la giustizia è uno dei suoi attributi, uno degli attributi dell’Amore.

L’amore è «il compimento di tutta la legge». Ciascuno dei Dieci Comandamenti è un modo di amare. «Non uccidere» significa «L’amore non uccide». Se amate qualcuno, non lo uccidete. Ma Dio È amore. Dunque Dio non ci uccide. Noi vogliamo che alla fine la vita umana trionfi sulla morte perché amiamo; Dio ama meno di noi? È un ipocrita? Si rifiuta di mettere in pratica ciò che predica?

Soltanto se Dio non ci ama, o è incapace di fare ciò che vuole, noi moriamo per sempre. Cioè soltanto se Dio è cattivo o debole, soltanto se Dio non è Dio, la morte è l’ultima parola.

6. La natura del mondo

Che le premesse fossero tratte dalla natura del mondo, dell’uomo o di Dio, gli ultimi tre argomenti erano tutti deduttivi, argomenti di analisi razionale. Per la maggior parte delle persone sono più convincenti gli argomenti tratti dall’esperienza. Questi si possono suddividere in due classi: argomenti tratti da esperienze che tutti, o quasi tutti, condividono, e argomenti tratti da esperienze straordinarie o insolite. La prima classe comprende:

  • L’argomento tratto dall’esigenza di un significato morale ultimo, o di una giustizia nel lungo periodo: simile all’argomento dalla giustizia di Dio, con la differenza che questa volta non assumiamo l’esistenza di Dio, ma soltanto la validità del nostro istinto morale essenziale. È, in sostanza, l’argomento di Kant.
  • L’argomento tratto dalla nostra esigenza di uno scopo ultimo, di un fine dotato di significato o di una causa finale adeguata. Questo argomento è parallelo, nell’ordine della causalità finale e nell’ambito psicologico, ai tradizionali argomenti cosmologici per l’esistenza di Dio che risalgono dall’effetto a una prima causa incausata, nell’ordine della causalità efficiente e nell’ambito cosmologico.
  • L’argomento tratto dal principio secondo cui ogni desiderio innato rivela la presenza dell’oggetto desiderato: la fame indica l’esistenza del cibo, la curiosità quella della conoscenza, e così via; unito alla scoperta di un desiderio innato di eternità, o di qualcosa di più di ciò che il tempo può offrire. È l’argomento preferito di C. S. Lewis.
  • L’argomento tratto dalla validità dell’amore, che insiste sul valore intrinseco e indispensabile dell’altro, dell’amato. Se l’amore vede, anziché essere cieco, e se è assurdo che si faccia a meno dell’indispensabile, allora la morte non si sbarazza di noi, perché l’amore dichiara che siamo indispensabili.
  • Infine, l’argomento tratto dalla presenza di una persona, che non è una cosa, un oggetto, e dunque non deve necessariamente essere eliminata quando viene eliminato il corpo-oggetto: l’Io riconosce un Tu non soggetto alla morte dell’Esso.

Da un certo punto di vista, questi cinque argomenti sono i più deboli di tutti, perché presuppongono un accesso conoscitivo alla realtà che si può facilmente negare come illusorio. Non esiste, per esempio, una prova puramente formale o empirica che la percezione istintiva, propria dell’amore, del valore intrinseco dell’amato sia vera. Inoltre, ciascuno conclude non con la semplice proposizione «siamo immortali», ma con la proposizione disgiuntiva «o la realtà è assurda, oppure siamo immortali». Infine, ciascuno è meno una dimostrazione che una percezione quasi immediata: nell’attribuire valore, nel proporsi un fine, nel desiderare, nell’amare o nell’avvertire una presenza si vede l’immortalità della persona. Sono cinque sensi spirituali, e quando si guarda attraverso di essi anziché guardarli, quando li si usa anziché esaminarli, quando li si considera innocenti fino a prova contraria anziché pretendere che dimostrino la propria innocenza, si vede. Ma quando non si assume questo atteggiamento, quando si comincia con il rasoio di Occam o con il dubbio metodico di Cartesio, semplicemente non si vede. Più che argomenti tratti dall’esperienza, sono essi stessi esperienze dell’anima immortale.

Ascolta su YouTube l’intervento audio del dottor Kreeft sulle esperienze di pre-morte (NDE) ↗ (in inglese).

7. L’esperienza straordinaria

Tre argomenti tratti da esperienze insolite o straordinarie sono:

L’argomento tratto dall’esperienza di pazienti clinicamente «morti» e rianimati, tutti i quali, anche quelli prima scettici, sono assolutamente convinti della verità della propria esistenza «fuori dal corpo» e della propria sopravvivenza alla morte corporea. Per gli osservatori esterni rimane necessariamente la possibilità del dubbio; per tutti coloro che hanno vissuto l’esperienza, non ce n’è alcuna. Essa non è più ingannevole del risvegliarsi al mattino. Potete sognare di essere svegli e in realtà stare sognando, ma una volta davvero svegli non avete dubbi. Purtroppo questo senso di certezza proprio del risveglio può soltanto essere vissuto, non dimostrato pubblicamente.

Un analogo senso di realtà accompagna un’esperienza apparentemente ancora più comune di quella extracorporea. Poco dopo la morte di una persona amata, il più delle volte il coniuge, chi sopravvive avverte spesso, in modo improvviso, inatteso e assolutamente convincente, la presenza reale del defunto qui e ora. Non è un ricordo, né un desiderio, né un’immagine della fantasia. Di solito non è affatto accompagnata da un’immagine. Ma è assolutamente convincente per chi la vive. L’esperienza può però essere trasmessa come elemento di prova soltanto a chi si fida di quella persona. E tale legame può essere negato senza assurdità. Ancora una volta, si tratta di un’esperienza molto forte e convincente, ma non di una prova convincente.

Che cosa sarebbe una prova convincente tratta dall’esperienza? Se soltanto potessimo mettere le mani nelle ferite di un morto risorto! La garanzia più certa della vita dopo la morte, per il cristiano, è la risurrezione storica e letterale di Cristo. Il cristiano crede nella vita dopo la morte anzitutto non per un argomento, ma per una testimonianza. La Chiesa è quella testimone; «successione apostolica» significa prima di tutto la catena dei testimoni che comincia dai testimoni oculari: «Siamo stati testimoni oculari della sua risurrezione… e ve ne rendiamo testimonianza». Questa è la risposta allo scettico che domanda: «Che cosa sapete davvero con certezza della vita dopo la morte? Ci siete mai stati? Siete tornati per raccontarcelo?». La risposta cristiana è: «No, ma ho un ottimo Amico che lo ha fatto. Gli credo e lo seguo non soltanto attraverso la vita, ma anche attraverso la morte. Vieni anche tu».