Peter Kreeft e Ronald K. Tacelli
L’argomento dalla coscienza
Traduzione e adattamento in italiano a cura di Tommaso Maria Minardi, su autorizzazione di Peter Kreeft. Testo tratto da Handbook of Christian Apologetics.
Quando sperimentiamo l’immenso ordine e l’intelligibilità dell’universo, incontriamo qualcosa che l’intelligenza può comprendere. L’intelligenza appartiene al mondo, ma l’universo in quanto tale non è cosciente: le forze naturali, per quanto grandi, non conoscono se stesse. Noi invece conosciamo loro e noi stessi. La presenza dell’intelligenza fra processi materiali inconsapevoli e la conformità di tali processi alle strutture dell’intelligenza cosciente danno origine a una variante dell’argomento dal disegno.
- Sperimentiamo l’universo come intelligibile, cioè comprensibile dall’intelligenza.
- O l’universo intelligibile e le menti finite capaci di comprenderlo sono prodotti dell’intelligenza, oppure intelligibilità e intelligenza sono prodotti del caso cieco.
- Non sono prodotti del caso cieco.
- L’universo intelligibile e le menti finite adatte a comprenderlo sono dunque prodotti dell’intelligenza.
L’argomento è vicino a quello dal disegno; concentriamoci sulla terza premessa. In Miracoli, C. S. Lewis sviluppa un potente ragionamento contro il «naturalismo», la concezione secondo cui tutto, compresi il pensare e il giudicare, appartiene a un unico sistema di cause ed effetti fisici. Se il naturalismo fosse vero, osserva Lewis, non avremmo alcuna ragione per crederlo vero, perché ogni giudizio sarebbe in ultima analisi il risultato di forze non razionali.
Per «caso cieco» intendiamo il modo in cui la natura fisica dovrebbe operare se il naturalismo fosse vero: priva di un progetto razionale e di uno scopo direttivo. Se il ragionamento di Lewis è valido, il caso cieco non può essere la sorgente della nostra intelligenza.
H. W. B. Joseph aveva formulato lo stesso punto con particolare concisione. Se il pensiero fosse un semplice movimento della laringe, perché un pensiero dovrebbe essere più vero di quanto un soffio di vento sia «vero»? I movimenti corporei possono essere necessari, ma non per questo sono veri o falsi: chiamare vero un movimento sarebbe assurdo quanto definire viola un sapore o avaro un suono.
La difficoltà rimane se il pensiero non viene identificato con un movimento corporeo, ma considerato un suo effetto. Il pensiero chiamato conoscenza e quello chiamato errore deriverebbero entrambi necessariamente da stati cerebrali, a loro volta prodotti da altri stati fisici. Tutti sarebbero ugualmente reali. Con quale diritto, allora, potremmo giudicare che un pensiero conosca la realtà? Anche questo giudizio non sarebbe che un ulteriore effetto di movimenti corporei.
Perfino gli argomenti a favore del naturalismo sarebbero soltanto eventi mentali causati fisicamente; il giudicarli validi o invalidi sarebbe un altro evento dello stesso genere, così come la consapevolezza di tutto ciò. Ogni fondamento sul quale tentassimo di stabilire la verità continuerebbe a scivolare. Una teoria che annulla la credibilità della ragione annulla anche le ragioni addotte in proprio favore. Il caso cieco non può dunque spiegare l’intelligenza capace di conoscere il vero.
Tutti i saggi di Peter Kreeft