Peter Kreeft

Il surf e la vita spirituale

Traduzione a cura di Tommaso Maria Minardi, su autorizzazione dell’autore.

Nulla è più importante del nostro viaggio verso Dio, o «vita spirituale», come lo chiamano molti autori. È infatti la ragione ultima per cui viviamo. È ciò per cui ciascuno di noi è nato.

Quasi tutti coloro che scrivono della vita spirituale ne distinguono diverse tappe. È chiaramente simile a una strada lungo la quale ci muoviamo, cambiamo e progrediamo.

Per descrivere le tappe della vita spirituale sono state impiegate molte immagini tratte dalla vita concreta: per esempio le «mansioni» di Teresa d’Avila nel Castello interiore o i gradini della Scala della perfezione di Walter Hilton. Poiché si tratta di analogie, le differenze tra loro non costituiscono vere contraddizioni. La medesima realtà — le tappe della vita spirituale — può essere raccontata in modo veritiero mediante molte metafore o simboli della vita fisica.

Un’analogia che, per quanto ne so, non è mai stata usata, ma che colpisce profondamente molte anime, è quella del surf.

Molti di noi amano l’oceano. È il nostro luogo preferito al mondo. Non appena disponiamo di un po’ di tempo e denaro per le vacanze, è lì che li spendiamo. Avvertiamo un misterioso desiderio del mare, come se custodisse un segreto sulla nostra identità, come se nel nostro sangue vi fosse acqua salata. E, a proposito, è proprio così. Questo desiderio è un motivo ricorrente tra i poeti:

Devo tornare di nuovo al mare, al mare solitario e al cielo, e tutto ciò che chiedo è un alto veliero e una stella che lo guidi. — John Masefield

Avanza, profondo e oscuro oceano azzurro, avanza; diecimila flotte ti percorrono invano! — Lord Byron

Anche noi che non siamo poeti proviamo lo stesso. Altrimenti non leggeremmo e non ameremmo i poeti.

Non sono un nuotatore esperto, ma so nuotare. Non sono un bravo surfista, e neppure un «vero» surfista con una tavola di dimensioni normali. Ma fare surf con una boogie board, una tavoletta da bodyboard, è proprio la mia passione. Non è soltanto una delle esperienze più piacevoli che conosca, ma anche una delle più profondamente suggestive.

Conosco poco la vita spirituale, e molto più grazie agli altri che a me stesso. Ma ciò che conosco bene — il surf — è, per analogia, un maestro potente di ciò che conosco poco — la vita spirituale. È proprio questo lo scopo delle analogie: servirsi di ciò che conosciamo meglio per conoscere meglio l’ignoto. Condivido qui la mia analogia preferita perché immagino che molti lettori reagiranno pensando: «Come, anche tu? Credevo di essere l’unico!».

Gli elementi essenziali del simbolismo sono piuttosto chiari. Io, il surfista, sono me stesso. Il corpo con cui faccio surf nel mare simboleggia l’anima con cui «faccio surf» in Dio. Il mare è Dio. La spiaggia è l’avvicinamento a Dio. Il surf è l’esperienza di Dio, cioè la vita spirituale.

Nella mia esperienza del surf posso distinguere dodici tappe. Anche nella mia esperienza di Dio posso distinguerne dodici. I dodici passi fisici e ben visibili del surf aiutano a chiarire i dodici passi, assai più misteriosi, del viaggio verso Dio.

Ci sono quattro gruppi principali, ognuno articolato in tre tappe.

Le prime tre sono preliminari. La prima è conoscere il mare. Nessuno potrà mai fare esperienza del mare senza andarci; nessuno ci andrà senza desiderarlo; e nessuno lo desidererà senza sapere che esiste. Le prime tre tappe sono dunque: conoscere il mare, desiderare di andarci e andarci davvero.

Parallelamente a questi tre preliminari necessari al surf vi sono tre preliminari necessari per giungere a Dio: le tre «virtù teologali» della fede, della speranza e dell’amore.

Primo, dobbiamo sapere che Dio esiste, che è buono e che è la nostra gioia. Questa conoscenza viene dalla fede. Per alcuni può venire anche dalla ragione, ma per tutti viene dalla fede.

Secondo, dobbiamo sperare in Dio e cercarlo. «Cercate e troverete» implica che, se non cerchiamo, non troveremo.

Terzo, l’amore — carità, agape — è il frutto della pianta della speranza, le cui radici sono la fede. Per i cristiani amore significa una vita, non un sentimento. Come dice Kierkegaard, l’amore è «le opere dell’amore». La fede fiorisce nelle opere; la fede opera.

La pianta — radici, fusto e frutto — è una sola. La fede, la speranza e le opere dell’amore non sono tre cose, ma tre parti di un unico essere vivente: la vita spirituale, la vita di Dio nell’anima. Questa è «l’unica cosa necessaria» (Lc 10,42).

La fede in Dio è la nostra conoscenza di Dio, simile alla conoscenza del mare. La speranza in Dio è il nostro desiderio di Dio, simile al desiderio di andare al mare. L’amore di Dio è il nostro movimento reale e la nostra crescita verso Dio e in Dio, simile al viaggio concreto verso il mare.

Tutte e tre sono esperienze gioiose. Progettare una vacanza è quasi metà del divertimento. I preliminari fanno parte dell’amore tanto quanto la sua consumazione.

La nostra conoscenza del mare non deve essere profonda quanto l’oceano per permetterci di compiere il primo passo. Non dobbiamo essere oceanografi per amare il mare. Allo stesso modo possiamo essere santi senza essere teologi.

Il nostro desiderio del mare, però, deve essere profondo se intendiamo investirvi tempo e denaro. Una curiosità tiepida non basta. Per molti di noi organizzare una vacanza richiede uno sforzo: occorre spostare impegni, persone e bagagli. Non lo faremmo se non lo desiderassimo davvero.

Le tre tappe successive del viaggio verso il mare avvengono soltanto quando siamo già arrivati, quando siamo alla sua «presenza»: vedere il mare, sentirne il profumo e correre dalla spiaggia nell’acqua.

Il dono della conoscenza è come la vista. Nessuna parola o discorso può sostituire l’esperienza di vedere direttamente la realtà. Sfogliando una guida di viaggio possiamo soltanto credere a ciò che vi leggiamo. Quando però arriviamo sulla riva e vediamo il mare, qualcosa vibra nel nostro cuore. Sono note di gioia e di pace, come un ritorno a casa dopo un lungo viaggio.

Nello stesso momento, però, ci assale un desiderio nuovo e più intenso. È un misterioso intreccio di soddisfazione e insoddisfazione, una divina inquietudine. Il cuore inquieto che Dio ha creato per sé non è inquieto soltanto finché non giunge a Dio, ma finché non riposa in Dio.

Qui si ripete lo schema fede-speranza-amore. Vedere il mare è il compimento della fede da lontano ricevuta attraverso le guide di viaggio. Vedere Dio è il compimento della fede: «Se credi, vedrai la gloria di Dio» (Gv 11,40).

Sentire il profumo del mare è il compimento della speranza che da lontano lo desiderava. L’olfatto è il più mistico dei sensi: la cosa stessa entra in noi, o noi entriamo in essa, quando le sue molecole penetrano nelle nostre narici. Talvolta i profumi ci muovono più profondamente e misteriosamente degli altri sensi.

Infine, correre dalla spiaggia nel mare è simile all’amore dimentico di sé, che offre se stesso. È un impegno, un’offerta di sé.

Le tre tappe successive approfondiscono il nostro rapporto con il mare e con Dio. Per prima cosa, bagniamo le dita dei piedi. Spiritualmente facciamo una piccola esperienza di ciò in cui dapprima abbiamo creduto e che poi abbiamo compreso.

In secondo luogo ci immergiamo fino alla vita. Bagnare il costume è il passo essenziale. Il costume copre le parti intime, i nostri punti più delicati. Questo simboleggia l’investimento pieno di speranza della nostra vita, che comporta dolore, sacrificio e morte. La differenza più netta tra i santi e noi è la loro disponibilità, persino il loro desiderio, di soffrire per Dio.

Infine, bagnarsi completamente simboleggia la consacrazione totale di tutto il nostro essere, di tutta la volontà e di tutta la vita a Dio, senza trattenere assolutamente nulla per noi: né un centesimo, né un secondo, né alcun’altra cosa che chiamiamo nostra.

Le ultime tre tappe riguardano ciò che viene normalmente chiamato «esperienza mistica». Entrare dove non si tocca più il fondo, con i piedi ormai sollevati da terra, simboleggia la mente che si immerge nei misteri divini: la «notte oscura dell’anima» che nessuna parola può mediare.

Perdiamo ogni appoggio. Non abbiamo più il controllo. Ci sembra di essere parte del mare. Così persino i mistici più ortodossi pronunciano parole dal suono panteistico, perché vedono e sentono soltanto Dio e non più se stessi. Naturalmente sono ancora lì — altrimenti chi starebbe vivendo l’esperienza mistica? — ma non sanno né sentono più di esserci. Sono immersi oltre la propria altezza.

Tutto questo appare spaventoso soltanto quanto può apparire spaventoso il Cielo. Perché è il Cielo, l’inizio o l’anticipazione del Cielo. Là saremo tutti mistici.

Poi viene il surf vero e proprio. Pensiamo al bodysurfing. Esso realizza un’unità con il mare ancora più intima del surf con una tavola, grande o piccola che sia. Qui la nostra unione con il mare è maggiore rispetto all’immersione passiva della tappa precedente: consiste nel fare attivamente ciò che fa il mare.

Ciò che il mare fa è ondeggiare. E allora ondeggiamo anche noi. Diventiamo una cosa sola con ciò che il mare fa, oltre che con ciò che il mare è.

Le prime nove tappe erano tutte processo dinamico e movimento. La decima era la meta, la pace. Ma non è la fine. Dall’altra parte della meta vi sono altro dinamismo e altro movimento, che questa volta non conducono verso la meta, ma scaturiscono dalla meta e dal suo interno, come le onde nascono dal mare.

Dopo essere stati mossi verso Dio, scopriamo che, una volta in Dio, veniamo nuovamente mossi: questa volta da Dio e mediante Dio. Dio è dinamico come il frangersi delle onde, non statico come una pozza stagnante. Vivere per sempre in Dio è la realtà più dinamica ed entusiasmante che esista.

Il bodysurfing, almeno per i fanatici del surf come me, è un’analogia remota ma intima, un’anticipazione debole e tuttavia potente del Cielo.

Infine, come accade a tutte le analogie, anche questa si spezza. L’ultima tappa fisica non è gioiosa, ma la tappa spirituale che simboleggia è gioia suprema. L’ultima tappa è l’annegamento, cosa che non consiglierei a nessuno.

Esso simboleggia l’unione mistica: la morte non soltanto dei concetti, come nella decima tappa, o della volontà propria, come nell’undicesima, quando siamo mossi interamente dalle onde del mare, ma dell’io stesso.

Qualcosa in noi desidera morire, perché soltanto la morte porta la risurrezione. Qualcosa che non riusciamo a comprendere, qualcosa che insieme temiamo e amiamo, grida a Dio di farci morire nello Spirito:

Soffia, soffia, soffia finché io sia soltanto il respiro dello Spirito che soffia in me.

E «vivo, ma non più io: Cristo vive in me».