Peter Kreeft
I pilastri della non credenza — Marx
Traduzione a cura di Tommaso Maria Minardi, su autorizzazione dell’autore.
Fra i numerosi avversari della fede cristiana, il marxismo non è certo la filosofia più importante, imponente o convincente della storia.
Fino a tempi recenti, però, è stata senza dubbio la più influente. Basta confrontare le carte politiche del mondo del 1917, 1947 e 1987 per vedere con quale inesorabilità questo sistema di pensiero abbia sommerso un terzo del pianeta in appena due generazioni: un’impresa eguagliata soltanto due volte nella storia, dal primo cristianesimo e dal primo islam.
Soltanto dieci anni fa, ogni conflitto politico e militare, dall’America centrale al Medio Oriente, ruotava attorno all’opposizione fra comunismo e anticomunismo.
Persino il fascismo divenne popolare in Europa — e rimane una forza da non sottovalutare in America Latina — soprattutto per la sua opposizione allo «spettro del comunismo» evocato da Marx nella prima frase del Manifesto del Partito comunista.
Il Manifesto segnò uno dei momenti decisivi della storia. Pubblicato nel 1848, «l’anno delle rivoluzioni» europee, è essenzialmente, come la Bibbia, una filosofia della storia passata e futura. Tutto il passato viene ridotto alla lotta di classe fra oppressori e oppressi, padroni e schiavi: re contro popolo, sacerdote contro fedele, maestro di corporazione contro apprendista, perfino marito contro moglie e genitore contro figlio.
È una visione della storia ancora più cinica di quella machiavelliana. L’amore viene totalmente negato o ignorato; competizione e sfruttamento diventano la regola universale.
Secondo Marx, tuttavia, la situazione può cambiare perché per la prima volta non esistono molte classi, ma soltanto due: la borghesia, proprietaria dei mezzi di produzione, e il proletariato, che non li possiede.
I proletari devono vendere se stessi e il proprio lavoro ai proprietari fino alla rivoluzione comunista, che «eliminerà» — eufemismo per «ucciderà» — la borghesia. Classi e conflitto di classe scompariranno per sempre e nascerà un millennio di pace e uguaglianza. Dopo un cinismo assoluto verso il passato, Marx mostra un’ingenuità assoluta verso il futuro.
Che cosa fece di Marx ciò che fu? Da dove proviene il suo credo?
Marx compì deliberatamente una svolta di centottanta gradi rispetto al soprannaturalismo e alla peculiarità della propria eredità ebraica, scegliendo l’ateismo e il comunismo. Eppure il marxismo conserva, in forma secolarizzata, tutti i principali elementi strutturali ed emotivi della religione biblica. Come Mosè, Marx è il profeta che conduce il nuovo popolo eletto — il proletariato — dalla schiavitù del capitalismo alla terra promessa del comunismo, attraversando il Mar Rosso della rivoluzione mondiale e sanguinosa e il deserto della sofferenza temporanea, accettata per il partito, il nuovo sacerdozio.
La rivoluzione è il nuovo «giorno di Jahvè», il giorno del giudizio; i portavoce del partito sono i nuovi profeti; le purghe politiche interne, destinate a preservare la purezza ideologica, diventano i nuovi giudizi divini contro le deviazioni degli eletti e dei loro capi. Il tono messianico rende il comunismo, sul piano strutturale ed emotivo, più simile a una religione di qualunque altro sistema politico, con la sola eccezione del fascismo.
Come assunse forme e spirito della propria eredità religiosa senza accoglierne il contenuto, così Marx trattò l’eredità filosofica hegeliana, trasformando l’«idealismo dialettico» di Hegel in «materialismo dialettico». Si dice infatti che abbia «rimesso Hegel in piedi», o capovolto la sua filosofia. Da Hegel ereditò sette idee radicali.
La prima è il monismo: tutto sarebbe uno e la distinzione, conforme al senso comune, fra materia e spirito sarebbe illusoria. Per Hegel la materia era soltanto una forma dello spirito; per Marx lo spirito è soltanto una forma della materia.
La seconda è il panteismo: sarebbe falsa la distinzione fra Creatore e creatura, idea caratteristica dell’ebraismo. Hegel riduce il mondo a un aspetto di Dio ed è panteista; Marx riduce Dio al mondo ed è ateo.
La terza è lo storicismo: tutto cambia, persino la verità; nulla si trova al di sopra della storia e può giudicarla. Ciò che è vero in un’epoca diventa falso in un’altra, o viceversa. In altre parole, il Tempo è Dio.
La quarta è la dialettica: la storia procederebbe soltanto attraverso il conflitto fra forze contrapposte, una «tesi» e un’«antitesi» dalle quali nasce una «sintesi superiore». Il processo riguarda classi, nazioni, istituzioni e idee. Il valzer dialettico continua nella sala da ballo della storia finché arriva il regno di Dio, che Hegel identificava quasi con lo Stato prussiano. Marx estese questa visione allo Stato comunista mondiale.
La quinta è il necessitarismo, o fatalismo: la dialettica e il suo esito sarebbero inevitabili e necessari, non liberi. Il marxismo è una specie di predestinazione calvinista priva di un Predestinatore divino.
La sesta è lo statalismo: non esistendo una verità o una legge eterna e superiore alla storia, lo Stato diventa supremo e non criticabile. Anche qui Marx internazionalizzò il nazionalismo hegeliano.
La settima è il militarismo: se al di sopra degli Stati non esiste una legge naturale, universale ed eterna capace di giudicarli e risolverne i contrasti, la guerra resta inevitabile e necessaria finché esistono gli Stati.
Come molti pensatori antireligiosi successivi alla Rivoluzione francese, Marx adottò il secolarismo, l’ateismo e l’umanesimo dell’Illuminismo settecentesco, insieme al razionalismo e alla fede in una scienza potenzialmente onnisciente e in una tecnologia potenzialmente onnipotente. Ancora una volta forma, atmosfera e funzione della religione biblica vengono trasferite a un altro dio e a un’altra fede. Il razionalismo, infatti, è una fede, non una dimostrazione. La convinzione che la ragione umana possa conoscere tutto il reale non può essere dimostrata dalla ragione umana; la convinzione che ogni realtà sia dimostrabile con il metodo scientifico non può essere dimostrata con il metodo scientifico.
Una terza influenza, oltre all’hegelismo e al razionalismo illuminista, fu il riduzionismo economico: ogni problema viene ridotto all’economia. Se leggesse questa analisi, Marx direbbe che la vera causa delle mie idee non è la capacità della mente di conoscere la verità, ma la struttura economica capitalista della società che mi ha «prodotto». Riteneva che nell’uomo il pensiero fosse interamente determinato dalla materia, l’uomo dalla società e la società dall’economia. È il capovolgimento della visione tradizionale, secondo cui la mente governa il corpo, l’uomo governa le proprie società e la società governa l’economia.
Infine Marx riprese dai precedenti «socialisti utopisti» l’idea della proprietà collettiva dei beni e dei mezzi di produzione. «La teoria dei comunisti — scrive — può essere riassunta in quest’unica formula: abolizione della proprietà privata». Le sole comunità che nella storia abbiano praticato con successo il comunismo sono però monasteri, kibbutz, tribù e famiglie; e Marx voleva abolire anche la famiglia. Tutti i governi comunisti, come quello sovietico, hanno trasferito la proprietà allo Stato, non al popolo. La fiducia che lo Stato si sarebbe «estinto» spontaneamente dopo aver eliminato il capitalismo e instaurato il comunismo si è rivelata sorprendentemente ingenua. Una volta conquistato il potere, soltanto la saggezza e la santità vi rinunciano.
L’attrazione più profonda del comunismo, soprattutto nei paesi del Terzo mondo, non è stata la volontà comunitaria, ma la «volontà di potenza» di cui parlava Nietzsche. Nietzsche vide nel cuore del comunismo più a fondo dello stesso Marx.
Come risponde Marx alle obiezioni più evidenti, cioè che il comunismo abolisce la sfera privata e la proprietà, l’individualità, la libertà, la motivazione al lavoro, l’educazione, il matrimonio, la famiglia, la cultura, le nazioni, la religione e la filosofia? Non nega che il comunismo le abolisca: sostiene che il capitalismo lo abbia già fatto. Afferma, per esempio, che «il borghese vede nella moglie un semplice strumento di produzione». Sulle questioni più delicate e importanti, famiglia e religione, offre retorica anziché logica: «Le declamazioni borghesi sulla famiglia e sull’educazione, sull’intimo rapporto fra genitori e figli, diventano tanto più nauseanti…». Alle obiezioni religiose e filosofiche risponde che «le accuse contro il comunismo mosse da un punto di vista religioso, filosofico e in generale ideologico non meritano un esame serio».
La confutazione più semplice del marxismo è che il suo materialismo si contraddice. Se le idee non sono altro che prodotti di forze materiali ed economiche, come le automobili o le scarpe, anche le idee comuniste lo sono. Se ogni pensiero è determinato non dalla comprensione della verità, ma dai movimenti necessari della materia — se non possiamo impedire alla lingua di muoversi in un certo modo —, le idee di Marx non sono più vere di quelle di Mosè. Attaccare il fondamento del pensiero significa attaccare il fondamento del proprio stesso attacco.
Marx vede la difficoltà e la ammette. Reinterpreta le parole come armi, non come verità. La funzione del Manifesto — e, in ultima analisi, anche del più lungo e pseudoscientifico Capitale — non è dimostrare il vero, ma favorire la rivoluzione. «I filosofi hanno soltanto interpretato il mondo; si tratta di trasformarlo». Marx è, in sostanza, un pragmatista.
Persino sul piano pragmatico emerge però una contraddizione. Il Manifesto si chiude con il celebre appello: «I comunisti disdegnano di nascondere le loro opinioni e intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini possono essere raggiunti soltanto con il rovesciamento violento di ogni ordinamento sociale esistente. Tremino pure le classi dominanti davanti a una rivoluzione comunista. I proletari non hanno da perdere che le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare. Proletari di tutti i paesi, unitevi!». L’appello si annulla da sé, perché Marx nega il libero arbitrio. Se tutto è determinato e la rivoluzione è «inevitabile», avverrà che io scelga o meno di aderirvi. Non si può invocare una libera scelta e, nello stesso tempo, negarla.
Alle due obiezioni filosofiche si aggiungono forti obiezioni pratiche. Le predizioni marxiste non si sono avverate. La rivoluzione non è scoppiata quando e dove era stata prevista. Non sono scomparsi né il capitalismo né lo Stato, la famiglia o la religione. E il comunismo non ha prodotto benessere e uguaglianza in nessun luogo in cui abbia conquistato il potere.
Marx è riuscito soltanto a recitare la parte di Mosè, conducendo gli stolti all’indietro, verso la schiavitù d’Egitto, cioè verso la mondanità. Il vero Liberatore attende dietro le quinte che il buffone, dopo essersi «agitato e pavoneggiato sulla scena per la sua ora», conduca i compagni, «stolti», alla «morte polverosa»: l’unico argomento che i filosofi marxisti si rifiutano di affrontare.
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