Peter Kreeft

I pilastri della non credenza — Machiavelli

Traduzione a cura di Tommaso Maria Minardi, su autorizzazione dell’autore.

Come la fede cristiana ha i suoi pilastri nei santi, così esistono uomini divenuti pilastri della non credenza. Peter Kreeft prende in esame sei pensatori moderni che hanno inciso profondamente sulla vita quotidiana e danneggiato il pensiero cristiano: Machiavelli, inventore della «nuova morale»; Kant, che ha reso soggettiva la verità; Nietzsche, autoproclamatosi «Anticristo»; Freud, fondatore della «rivoluzione sessuale»; Marx, falso Mosè delle masse; e Sartre, apostolo dell’assurdo.

È necessario parlare dei «nemici» della fede, perché la vita di fede è una guerra reale. Lo affermano tutti i profeti, gli apostoli, i martiri e lo stesso Signore.

Eppure cerchiamo di evitare questo argomento. Perché?

In parte temiamo di confondere i nemici spirituali con quelli materiali, di odiare il peccatore insieme al peccato, dimenticando che «la nostra battaglia non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male» (Ef 6,12).

Oggi, tuttavia, questo timore è meno fondato che mai. Nessuna epoca è stata tanto diffidente verso il militarismo e tanto atterrita dagli orrori della guerra materiale. Nessuna, d’altra parte, è stata così incline a confondere il peccato con il peccatore: non odiando entrambi, ma amando il peccato insieme al peccatore. Spesso adoperiamo la parola «compassione» come sinonimo di relativismo morale.

Siamo anche diventati molli. Non amiamo combattere, perché la lotta comporta sofferenza e sacrificio. La guerra forse non è proprio l’inferno, ma è terribilmente scomoda. E, in ogni caso, non siamo certi che esista qualcosa per cui valga la pena lottare. Forse ci manca il coraggio perché ci manca una ragione per essere coraggiosi.

Questo è il modo di pensare moderno, non quello cattolico. Da cattolici sappiamo che la vita è una battaglia spirituale e che esistono nemici spirituali. Ammesso questo, il passo successivo è inevitabile: in guerra è essenziale conoscere il nemico, altrimenti le sue spie passano inosservate. Questa serie vuole quindi conoscere gli avversari spirituali nella lotta per il cuore dell’uomo moderno: sei pensatori che hanno influito enormemente sulla nostra vita quotidiana e arrecato un grave danno alla mente cristiana.

I loro nomi sono Machiavelli, inventore della «nuova morale»; Kant, che ha reso soggettiva la verità; Nietzsche, autoproclamatosi «Anticristo»; Freud, fondatore della «rivoluzione sessuale»; Marx, falso Mosè delle masse; e Sartre, apostolo dell’assurdo.

Niccolò Machiavelli (1469-1527) fondò la filosofia politica e sociale moderna; raramente, nella storia del pensiero, si è verificata una rivoluzione così completa. Machiavelli era consapevole della propria radicalità. Paragonava la sua opera a quella di Colombo, scopritore di un mondo nuovo, e a quella di Mosè, guida di un nuovo popolo eletto destinato a uscire dalla schiavitù delle idee morali verso una terra promessa di potere e concretezza.

La rivoluzione machiavelliana si può riassumere in sei punti.

Per tutti i pensatori sociali precedenti, il fine della vita politica era la virtù. Una società buona era una società composta da persone buone. Prima di Machiavelli non esisteva un «doppio criterio» che separasse il bene individuale da quello sociale. Con lui la politica smise di essere l’arte del bene e divenne l’arte del possibile. L’influenza di questa svolta fu enorme: i maggiori filosofi politici e sociali successivi — Hobbes, Locke, Rousseau, Mill, Kant, Hegel, Marx, Nietzsche e Dewey — abbandonarono il fine della virtù. Machiavelli abbassò l’asticella e quasi tutti finirono per salutare la nuova bandiera.

Secondo Machiavelli, la morale tradizionale era simile alle stelle: splendida, ma troppo lontana per illuminare davvero il nostro cammino terreno. Servivano invece lanterne costruite dall’uomo, cioè obiettivi raggiungibili. Bisognava orientarsi guardando la terra, non il cielo; ciò che gli uomini e le società fanno realmente, non ciò che dovrebbero fare.

L’essenza della sua rivoluzione consiste nel giudicare l’ideale in base al reale, anziché il reale in base all’ideale. Un ideale è valido soltanto se funziona: in questo senso Machiavelli è il padre del pragmatismo. Non solo «il fine giustifica i mezzi», qualunque mezzo efficace; anche i mezzi giustificano il fine, perché vale la pena perseguire soltanto i fini per i quali esistono strumenti pratici. Il nuovo summum bonum, il bene supremo, è dunque il successo. Machiavelli sembra non solo il primo pragmatista, ma il primo pragmatista americano.

Non si limitò ad abbassare i criteri morali: li abolì. Più che un pragmatista, fu un antimoralista. L’unico rapporto che scorgeva tra morale e successo era quello di un ostacolo. Insegnò che un principe capace deve «imparare a non essere buono» (Il Principe, cap. XV), a non mantenere le promesse, a mentire, ingannare e rubare (cap. XVIII).

Per opinioni tanto spudorate, alcuni contemporanei considerarono Il Principe un libro letteralmente ispirato dal demonio. Gli studiosi moderni preferiscono leggerlo come un’opera scientifica: Machiavelli, sostengono, non negherebbe la morale, ma tratterebbe semplicemente un altro argomento, ciò che è invece di ciò che dovrebbe essere. Arrivano persino a lodarne l’assenza di ipocrisia, come se moralismo e ipocrisia coincidessero.

È il comune fraintendimento moderno dell’ipocrisia, intesa come incapacità di mettere in pratica ciò che si predica. In questo senso tutti sono ipocriti, a meno che smettano di predicare. Matthew Arnold definì l’ipocrisia «l’omaggio che il vizio rende alla virtù». Machiavelli fu il primo a rifiutare persino quell’omaggio. Non superò l’ipocrisia elevando la condotta al livello della predicazione, ma abbassando la predicazione al livello della condotta: adattò l’ideale al reale, anziché il reale all’ideale.

In sostanza predica: «Papà, non farmi la predica!», come in una canzone rock. Riuscite a immaginare Mosè che sul Sinai lo dica a Dio? Maria che lo dica all’angelo? O Cristo nel Getsemani che, invece di «Padre, non sia fatta la mia, ma la tua volontà», pronunci quelle parole? Se ci riuscite, state immaginando l’inferno: la nostra speranza del cielo dipende dal fatto che quelle persone abbiano detto a Dio: «Parla, Padre!».

In realtà abbiamo definito male l’ipocrisia. Non consiste nel non praticare ciò che si predica, ma nel non credere a ciò che si predica. L’ipocrisia è propaganda.

Secondo questa definizione, Machiavelli fu quasi l’inventore dell’ipocrisia, perché fu quasi l’inventore della propaganda. Fu il primo filosofo a sperare di convertire il mondo intero attraverso di essa.

Considerava la propria vita una guerra spirituale contro la Chiesa e la sua propaganda. Riteneva che ogni religione fosse una forma di propaganda, capace di esercitare la propria influenza per un periodo compreso fra 1.666 e 3.000 anni. Pensava inoltre che il cristianesimo sarebbe terminato molto prima del mondo, probabilmente attorno al 1666, distrutto dalle invasioni barbariche provenienti da Oriente — l’attuale Russia — oppure dall’indebolimento interno dell’Occidente cristiano, o da entrambe le cose. I suoi alleati erano i cristiani tiepidi che amavano la patria terrena più del cielo, Cesare più di Cristo, il successo sociale più della virtù. A loro rivolgeva la propria propaganda. Dichiarare apertamente i suoi fini sarebbe stato controproducente e professare l’ateismo gli sarebbe costato caro; evitò quindi con cura l’eresia esplicita. Il suo obiettivo rimaneva però la distruzione dell’«impostura cattolica», e il mezzo era una propaganda laicista aggressiva. Si potrebbe sostenere, forse con una punta di malizia, che sia stato il padre dell’odierno sistema mediatico.

Per dirigere la condotta umana e controllare la storia individuò due strumenti: la penna e la spada, propaganda e armi. In questo modo si potevano dominare menti e corpi; e il dominio era il suo scopo. Interpretava la vita e la storia come il risultato di due sole forze: virtù, intesa come energia e capacità d’azione, e fortuna, cioè il caso. La formula del successo consisteva nel massimizzare la prima e ridurre al minimo la seconda. Il Principe si conclude con un’immagine sconvolgente: «La fortuna è donna, ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla» (cap. XXV). In altri termini, il segreto del successo diventa una forma di stupro.

Per controllare non basta la propaganda: servono le armi, e Machiavelli è un falco. Ritiene che non possano esserci buone leggi senza buone armi e che, dove vi sono buone armi, seguano inevitabilmente buone leggi (cap. XII). Adattando la formula di Mao Tse-tung, la giustizia «nasce dalla canna del fucile». Machiavelli sostiene inoltre che «tutti e’ profeti armati vinsono, e li disarmati ruinorono» (cap. VI). Mosè avrebbe dunque impiegato armi taciute dalla Bibbia; Gesù, il profeta disarmato per eccellenza, avrebbe fallito: crocifisso e non risorto. Eppure il suo messaggio conquistò il mondo mediante la parola, cioè mediante armi intellettuali. Era questa la guerra che Machiavelli intendeva combattere.

Dalla sua filosofia nacque anche il relativismo sociale. Machiavelli non riconosceva leggi superiori a quelle delle singole società; poiché tali leggi e società avrebbero avuto origine dalla forza anziché dalla morale, ne consegue che la morale stessa si fonderebbe sull’immoralità. Il ragionamento procede così: la morale può provenire soltanto dalla società, perché non esistono né Dio né una legge morale naturale e universale donata da Dio. Ogni società, però, nasce da una rivoluzione o da un atto di violenza. La società romana, dalla quale deriva il diritto romano, nasce per esempio dall’uccisione di Remo da parte di Romolo. L’intera storia umana comincia con Caino che uccide Abele. Dunque il fondamento della legge è l’illegalità e il fondamento della morale è l’immoralità.

La forza dell’argomento coincide con quella della sua prima premessa che, come ogni relativismo sociologico — compreso quello dominante in quasi tutti i manuali di sociologia contemporanei —, è in realtà un ateismo implicito.

Machiavelli criticò gli ideali cristiani e classici della carità con un ragionamento simile. Come otteniamo i beni che poi doniamo? Attraverso la competizione egoistica. Ogni bene si acquista a spese di qualcun altro: se la mia fetta di torta aumenta, quella altrui deve diminuire. L’altruismo dipenderebbe quindi dall’egoismo.

L’argomento presuppone il materialismo. I beni spirituali, infatti, non diminuiscono quando vengono condivisi o donati, né privano un altro di qualcosa quando li acquisto. Più denaro ricevo, meno ne rimane per voi; più ne regalo, meno ne possiedo. Amore, verità, amicizia e saggezza, invece, aumentano quando vengono condivisi. Il materialista semplicemente non lo vede, o non gli interessa.

Machiavelli riteneva che fossimo tutti egoisti per natura. Non ammetteva l’esistenza di una coscienza innata o di un istinto morale. Per indurre gli uomini ad agire moralmente rimaneva così soltanto la forza — una forza totalitaria — capace di costringerli ad agire contro la propria natura. Anche le origini del totalitarismo moderno risalgono a Machiavelli.

Se l’uomo è egoista per natura, può essere mosso efficacemente soltanto dalla paura, non dall’amore. Machiavelli scrive perciò che è «molto più sicuro essere temuto che amato», poiché gli uomini «hanno meno respetto a offendere uno che si facci amare, che uno che si facci temere»; il vincolo dell’amore viene spezzato ogni volta che conviene, mentre il timore è sostenuto dalla paura di una pena che non abbandona mai (cap. XVII).

L’aspetto più sorprendente di questa filosofia brutale è la sua conquista della mente moderna, resa possibile soltanto attenuandone o nascondendone i lati più oscuri. I successori di Machiavelli moderarono l’attacco alla morale e alla religione, senza però tornare a fondare la società su un Dio personale o su una morale oggettiva e assoluta. La riduzione operata da Machiavelli finì per sembrare un ampliamento. Fu semplicemente tagliato l’ultimo piano dell’edificio della vita: niente Dio, solo l’uomo; niente anima, solo il corpo; niente spirito, solo la materia; nessun dover essere, soltanto ciò che è. Eppure, grazie alla propaganda, questo edificio schiacciato apparve come una torre di Babele; la reclusione sembrò una liberazione dai «vincoli» della morale tradizionale, come allentare la cintura di un foro.

Satana non è una favola: è uno stratega e uno psicologo brillante, ed è del tutto reale. Il ragionamento machiavelliano rimane fino a oggi una delle sue menzogne più riuscite. Ogni volta che siamo tentati, quella menzogna fa apparire il male buono e desiderabile, la schiavitù come libertà e «la gloriosa libertà dei figli di Dio» come schiavitù. Il «padre della menzogna» non ama raccontare piccole bugie, ma la Grande Menzogna che capovolge la verità. E riesce nel suo intento, a meno che non smascheriamo le spie del Nemico.