Peter Kreeft

I pilastri della non credenza — Kant

Traduzione a cura di Tommaso Maria Minardi, su autorizzazione dell’autore.

Così come i santi rappresentano i pilastri della fede cristiana, esistono individui che sono diventati pilastri della non credenza. Peter Kreeft prende in esame sei pensatori moderni che hanno esercitato un enorme impatto sulla vita quotidiana e arrecato un grave danno al pensiero cristiano: Machiavelli, inventore della «nuova morale»; Kant, colui che ha reso soggettiva la verità; Nietzsche, autoproclamatosi «Anticristo»; Freud, iniziatore della «rivoluzione sessuale»; Marx, falso Mosè per le masse; e Sartre, apostolo dell’assurdità.

Pochi filosofi nella storia sono stati illeggibili e aridi quanto Immanuel Kant. Eppure pochi hanno avuto un impatto più devastante sul pensiero umano.

Si racconta che Lampe, il fedele servitore di Kant, leggesse scrupolosamente tutto ciò che il suo padrone pubblicava. Quando però Kant diede alle stampe la sua opera più importante, la Critica della ragion pura, Lampe cominciò a leggerla ma non riuscì a finirla: disse che, se l’avesse portata a termine, sarebbe dovuto finire in un ospedale psichiatrico. Da allora molti studenti hanno condiviso il suo sentimento.

Eppure questo professore astratto, che scriveva in stile astratto di questioni astratte, è, a mio avviso, la fonte principale dell’idea che oggi mette in pericolo la fede — e dunque le anime — più di qualunque altra: l’idea che la verità sia soggettiva.

I semplici cittadini della sua città natale, Königsberg, in Germania, dove visse e scrisse nella seconda metà del Settecento, lo compresero meglio degli studiosi di professione: soprannominarono Kant «il Distruttore» e diedero il suo nome ai loro cani.

Era un uomo mite, amabile e devoto, tanto puntuale che i vicini regolavano gli orologi sulla sua passeggiata quotidiana. L’intenzione fondamentale della sua filosofia era nobile: restituire dignità all’uomo in un mondo scettico che adorava la scienza.

Questa intenzione emerge chiaramente da un aneddoto. Kant stava assistendo alla lezione di un astronomo materialista sul posto dell’uomo nell’universo. L’astronomo concluse: «Come vedete, dal punto di vista astronomico l’uomo è del tutto insignificante». Kant replicò: «Professore, ha dimenticato la cosa più importante: l’uomo è l’astronomo».

Kant, più di ogni altro pensatore, diede impulso alla svolta tipicamente moderna dall’oggettivo al soggettivo. Potrebbe sembrare un fatto positivo, finché non comprendiamo che per lui significava ridefinire la verità stessa come soggettiva. Le conseguenze di questa idea sono state catastrofiche.

Se ci è capitato di parlare della nostra fede con dei non credenti, sappiamo per esperienza che oggi l’ostacolo più comune alla fede non è una difficoltà intellettuale onesta, come il problema del male o il dogma della Trinità, ma il presupposto che la religione non possa in alcun modo riguardare i fatti e la verità oggettiva; che ogni tentativo di convincere un’altra persona che la propria fede è vera — oggettivamente vera, vera per tutti — sia un’arroganza impensabile.

Secondo questa mentalità, l’ambito della religione è la pratica e non la teoria; i valori, non i fatti; qualcosa di soggettivo e privato, non di oggettivo e pubblico. Il dogma è un «di più», e un di più negativo, perché alimenta il dogmatismo. La religione, in breve, equivale all’etica.

E poiché l’etica cristiana è molto simile a quella delle altre grandi religioni, non avrebbe importanza essere cristiani oppure no: conterebbe soltanto essere una «brava persona». Chi la pensa così, di solito, ritiene anche che quasi tutti — tranne Adolf Hitler e Charles Manson — siano brave persone.

Kant è in larga misura responsabile di questo modo di pensare. Contribuì a seppellire la sintesi medievale di fede e ragione. Descrisse la propria filosofia come un «liberare il campo dalle pretese della ragione per fare spazio alla fede», come se fede e ragione fossero nemiche anziché alleate. In Kant il divorzio luterano tra fede e ragione giunge a compimento.

Kant pensava che la religione non potesse mai essere una questione di ragione, prove o argomenti, e neppure di conoscenza, ma soltanto di sentimento, movente e atteggiamento. Questo presupposto ha influenzato profondamente la mente di gran parte degli educatori religiosi di oggi — per esempio gli autori di catechismi e molti dipartimenti di teologia — che hanno distolto l’attenzione dalla nuda ossatura della fede, dai fatti oggettivi narrati nella Scrittura e riassunti nel Credo apostolico.

Hanno divorziato la fede dalla ragione e l’hanno sposata alla psicologia popolare, perché hanno accolto la filosofia di Kant.

«Due cose riempiono il mio animo di meraviglia», confessava Kant: «il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me». Ciò che meraviglia un uomo gli riempie il cuore e ne orienta il pensiero. Si noti che Kant si meraviglia soltanto di due cose: non di Dio, non di Cristo, non della Creazione, dell’Incarnazione, della Risurrezione o del Giudizio, ma «del cielo stellato sopra di me e della legge morale dentro di me».

Il «cielo stellato sopra di me» è l’universo fisico come viene conosciuto dalla scienza moderna. Tutto il resto è relegato da Kant alla soggettività.

La legge morale non è «fuori», ma «dentro»; non è oggettiva, ma soggettiva. Non è una legge naturale, proveniente da Dio, che stabilisce oggettivamente il giusto e lo sbagliato, bensì una legge prodotta dall’uomo, alla quale decidiamo di vincolarci. Ma se siamo noi a vincolarci, siamo davvero vincolati? La morale diventa una questione di sola intenzione soggettiva. Non ha altro contenuto che la Regola d’oro, l’«imperativo categorico» di Kant.

Se la legge morale provenisse da Dio anziché dall’uomo, sostiene Kant, allora l’uomo non sarebbe libero nel senso di autonomo. Questo è vero. Kant prosegue però sostenendo che l’uomo debba essere autonomo e che, pertanto, la legge morale non provenga da Dio ma dall’uomo. La Chiesa muove dalla stessa premessa e conclude che la legge morale viene effettivamente da Dio e che, dunque, l’uomo non è autonomo. È libero di scegliere se obbedire o disobbedire alla legge morale, ma non è libero di creare la legge stessa.

Sebbene si considerasse cristiano, Kant negava esplicitamente che potessimo sapere che esistono davvero: primo, Dio; secondo, il libero arbitrio; terzo, l’immortalità. Sosteneva che dobbiamo vivere come se queste tre idee fossero vere, perché credendovi prenderemo sul serio la morale, mentre non credendovi non lo faremo.

È proprio questa giustificazione della fede per ragioni esclusivamente pratiche a costituire un errore terribile. Kant crede in Dio non perché Dio esista davvero, ma perché credervi è utile. Perché, allora, non credere a Babbo Natale? Se fossi Dio, preferirei un ateo onesto a un credente disonesto. A mio parere Kant è un credente disonesto, perché esiste una sola ragione onesta per credere a qualcosa: che sia vero.

Da generazioni falliscono coloro che cercano di vendere la fede cristiana in senso kantiano, come un «sistema di valori» anziché come la verità. Con tanti «sistemi di valori» in concorrenza sul mercato, perché qualcuno dovrebbe preferire la variante cristiana ad altre più semplici, con un bagaglio teologico minore e richieste morali meno scomode?

Kant, in effetti, abbandonò la battaglia ritirandosi dal campo dei fatti. Credeva al grande mito dell’«Illuminismo» settecentesco — nome ironico — secondo cui la scienza newtoniana era destinata a restare e il cristianesimo, per sopravvivere, doveva trovarsi un nuovo posto nel paesaggio mentale disegnato dalla nuova scienza. L’unico posto rimasto era la soggettività.

Questo significava ignorare, o interpretare come miti, le affermazioni soprannaturali e miracolose del cristianesimo tradizionale. La strategia di Kant era essenzialmente la stessa di Rudolf Bultmann, padre della «demitizzazione» e forse responsabile, più di chiunque altro, della perdita della fede da parte di tanti studenti cattolici. Molti professori di teologia seguono le sue teorie critiche, che riducono le testimonianze bibliche dei miracoli a semplici miti, «valori» e «interpretazioni devote».

Bultmann diceva del presunto conflitto tra fede e scienza: «La visione scientifica del mondo è destinata a rimanere e farà valere i propri diritti contro qualsiasi teologia, per quanto autorevole, che entri in conflitto con essa». Ironia della sorte, proprio quella «visione scientifica del mondo» della fisica newtoniana, accettata da Kant e Bultmann come assoluta e immutabile, è stata oggi quasi universalmente abbandonata dagli scienziati stessi.

La domanda fondamentale di Kant era: come possiamo conoscere la verità? Nei primi anni accolse la risposta del Razionalismo: conosciamo la verità mediante l’intelletto, non attraverso i sensi, e l’intelletto possiede proprie «idee innate». Poi lesse l’empirista David Hume che, disse Kant, «mi svegliò dal mio sonno dogmatico».

Come gli altri empiristi, Hume riteneva che potessimo conoscere la verità soltanto mediante i sensi e che non possedessimo «idee innate». Le sue premesse, tuttavia, lo condussero allo Scetticismo, cioè alla negazione della possibilità di conoscere con certezza la verità. Kant giudicò inaccettabili sia il «dogmatismo» del Razionalismo sia lo scetticismo dell’Empirismo, e cercò una terza via.

Questa terza teoria esisteva fin dai tempi di Aristotele: era la filosofia di buon senso del Realismo. Secondo il Realismo possiamo conoscere la verità mediante l’intelletto e i sensi, se entrambi funzionano correttamente e insieme, come le due lame di una forbice. Invece di tornare al Realismo tradizionale, Kant inventò una teoria della conoscenza del tutto nuova, solitamente chiamata Idealismo.

La chiamò la propria «rivoluzione copernicana nella filosofia». Il termine più semplice per definirla è Soggettivismo. Essa consiste nel ridefinire la verità stessa come soggettiva anziché oggettiva.

Tutti i filosofi precedenti avevano presupposto che la verità fosse oggettiva. È semplicemente ciò che il buon senso intende per «verità»: conoscere ciò che realmente è, conformare la mente alla realtà oggettiva. Alcuni filosofi, i razionalisti, pensavano che potessimo raggiungere questo obiettivo mediante la sola ragione. I primi empiristi, come Locke, pensavano di poterlo raggiungere mediante i sensi. Il successivo empirista scettico Hume riteneva che non potessimo raggiungerlo con certezza.

Kant negò il presupposto comune alle tre filosofie contrapposte: che dovessimo raggiungere la realtà e che verità significasse conformità alla realtà oggettiva. La «rivoluzione copernicana» di Kant ridefinisce la verità come realtà che si conforma alle idee. «Finora si è supposto che ogni nostra conoscenza dovesse conformarsi agli oggetti… Si potrà forse progredire maggiormente assumendo l’ipotesi contraria, che gli oggetti del pensiero debbano conformarsi alla nostra conoscenza».

Kant sosteneva che ogni nostra conoscenza fosse soggettiva. Ebbene, anche questa conoscenza è soggettiva? Se lo è, allora anche la conoscenza di questo fatto è soggettiva, e così via: siamo ridotti a un’infinita sala di specchi. La filosofia di Kant è una filosofia perfetta per l’inferno. Forse i dannati credono tutti insieme di non trovarsi davvero all’inferno e che sia soltanto nella loro mente. Forse è così; forse l’inferno è proprio questo.