Peter Kreeft

I pilastri della non credenza — Freud

Traduzione a cura di Tommaso Maria Minardi, su autorizzazione dell’autore.

Fu il Colombo della psiche. Nessuno psicologo vivente sfugge alla sua influenza.

Eppure nei suoi scritti, accanto a intuizioni geniali, si incontrano idee fra le più bizzarre: per esempio, che le madri coccolino i figli soltanto come surrogato del desiderio di avere rapporti sessuali con loro.

L’insegnamento più influente di Sigmund Freud è il riduzionismo sessuale. Da ateo riduce Dio a un sogno dell’uomo; da materialista riduce l’uomo al corpo, il corpo umano al desiderio animale, il desiderio a quello sessuale e quest’ultimo alla sessualità genitale. Sono tutte semplificazioni eccessive.

Freud fu uno scienziato e, sotto alcuni aspetti, un grande scienziato. Cedette però a un rischio del mestiere: il desiderio di ridurre ciò che è complesso a ciò che è controllabile. Voleva trasformare la psicologia in una scienza, addirittura esatta. Ma non potrà mai esserlo, perché il suo oggetto, l’uomo, non è soltanto un oggetto: è anche un soggetto, un «io».

Alla base della «rivoluzione sessuale» del nostro secolo si trovano una pretesa di soddisfazione e la confusione fra bisogni e desideri. Ogni essere umano normale prova desideri sessuali. Non è però vero, come Freud presume continuamente, che siano bisogni o diritti, che non si possa chiedere a nessuno di vivere senza appagarli o che reprimerli sia necessariamente dannoso per la salute psicologica.

La confusione fra bisogni e desideri nasce dalla negazione di valori oggettivi e di una legge morale naturale. In questo ambito decisivo, soprattutto nella morale sessuale, nessuno ha prodotto più scompiglio di Freud. L’attacco moderno al matrimonio e alla famiglia, di cui preparò il terreno, ha causato danni maggiori di qualsiasi guerra o rivoluzione politica. Dove impariamo infatti la lezione più importante della vita — l’amore disinteressato — se non nelle famiglie stabili che la insegnano praticandola?

Con tutti i suoi difetti, Freud sovrasta comunque le psicologie che lo hanno sostituito nella cultura popolare. Nonostante il materialismo, esplora alcuni fra i misteri più profondi dell’anima. Possedeva un vero senso della tragedia, della sofferenza e dell’infelicità. Gli atei onesti sono di solito infelici; quelli disonesti, felici. Freud era un ateo onesto.

Proprio l’onestà ne fece un buon scienziato. Credeva che portare una rimozione o una paura dall’oscurità nascosta dell’inconscio alla luce della ragione bastasse a liberarci dal suo potere. Era la fede nella superiorità della verità sull’illusione e della luce sulle tenebre. Purtroppo classificò ogni religione come l’illusione fondamentale dell’umanità e riconobbe come unica luce lo scientismo materialista.

Occorre distinguere nettamente tre dimensioni. In primo luogo, come inventore della tecnica pratica e terapeutica della psicoanalisi, Freud è un genio verso il quale ogni psicologo è debitore. Come un filosofo cristiano quale Agostino o Tommaso può servirsi delle categorie di pensatori non cristiani come Platone e Aristotele, così uno psichiatra cristiano può utilizzare le tecniche freudiane senza condividerne le convinzioni religiose.

In secondo luogo, come psicologo teorico Freud somiglia a Colombo: traccia la mappa di nuovi continenti, ma commette anche errori seri. Alcuni sono scusabili per la novità del territorio, proprio come quelli di Colombo. Altri sono semplici pregiudizi: la riduzione di ogni colpa a sentimento patologico, per esempio, o l’incapacità di concepire che la fede in Dio possa avere qualcosa a che fare con l’amore.

In terzo luogo, come filosofo e pensatore religioso rimane un dilettante, poco più che un adolescente. Esaminiamo questi punti uno alla volta.

La sua opera maggiore è certamente L’interpretazione dei sogni. Oggi sembra ovvio studiare i sogni come una registrazione dell’inconscio, ma per i contemporanei di Freud era un’idea del tutto nuova. Il suo errore non fu attribuire troppo peso alle forze inconsce che ci muovono, bensì sottovalutarne profondità e complessità: come un esploratore che scambi un nuovo continente per una grande isola.

Freud scoprì che pazienti isterici, i cui disturbi sembravano privi di causa razionale, traevano beneficio da quella che chiamò «cura della parola»: libera associazione e attenzione agli «atti mancati» come indizi provenienti dall’inconscio. In breve, la cura funzionava nonostante l’inadeguatezza della teoria che la sosteneva.

Sul piano teorico divise la psiche in Es, Io e Super-io. A prima vista la distinzione ricorda quella tradizionale e conforme al buon senso fra appetiti, volontà e intelletto — insieme alla coscienza —, risalente a Platone. Esistono però differenze decisive.

Anzitutto, il «Super-io» non è l’intelletto né la coscienza, ma il riflesso passivo e non libero, nella psiche individuale, delle restrizioni imposte dalla società ai desideri: i «non devi». Ciò che consideriamo una comprensione personale del bene e del male reali sarebbe soltanto lo specchio di leggi sociali create dall’uomo.

L’«Io», inoltre, non è la libera volontà, ma una semplice facciata. Freud negava il libero arbitrio: da determinista, considerava l’uomo una complessa macchina animale.

Infine l’«Es» — il «ciò» — sarebbe l’unico sé reale, composto unicamente di desideri animali. È impersonale, come indica il nome stesso. Viene così negata l’esistenza di una personalità autentica, dell’io individuale. Come Freud nega Dio, l’«Io sono», così nega la sua immagine, l’«io» umano.

Le idee filosofiche di Freud emergono con maggiore franchezza nei due celebri libri antireligiosi, Mosè e il monoteismo e L’avvenire di un’illusione. Come Marx, liquidò ogni religione come infantile senza esaminarne seriamente tesi e argomenti. Elaborò però una spiegazione dettagliata della presunta origine di questa «illusione», fondata su quattro elementi: ignoranza, paura, fantasia e colpa.

Come ignoranza, la religione sarebbe un’ipotesi prescientifica sul funzionamento della natura: se tuona, deve esistere qualcuno che produce il tuono, uno Zeus. Come paura, sarebbe l’invenzione di un sostituto celeste del padre terreno, quando questi muore, invecchia, si allontana o manda i figli fuori dalla sicurezza domestica, nel mondo spaventoso della responsabilità. Come fantasia, Dio sarebbe il prodotto del desiderio che dietro le apparenze impersonali e terrificanti della vita esista una forza provvidenziale onnipotente. Come colpa, infine, Dio garantirebbe il comportamento morale.

La spiegazione freudiana dell’origine della colpa è uno dei punti più deboli della teoria. Molto tempo fa, racconta, un figlio uccise il padre, capo di una grande tribù. Da allora quel delitto primordiale infesterebbe la memoria inconscia del genere umano. Ma non è affatto una spiegazione: perché il primo assassino si sentì in colpa?

Il libro più filosofico di Freud fu l’ultimo, Il disagio della civiltà. Vi pose la grande domanda sul summum bonum: il bene più alto, il senso della vita e la felicità umana. Come l’Ecclesiaste, concluse che è irraggiungibile. In sostanza: «Vanità delle vanità, tutto è vanità». La psicoterapia ben riuscita prometteva soltanto di condurci «da un’infelicità ingestibile a un’infelicità gestibile».

Una ragione del pessimismo era la convinzione che la condizione umana racchiudesse una contraddizione, espressa già nel titolo Il disagio della civiltà. Da una parte siamo animali in cerca di piacere, mossi soltanto dal «principio di piacere»; dall’altra abbiamo bisogno dell’ordine civile per sottrarci al dolore del caos. Ma le restrizioni della civiltà limitano i nostri desideri. Ciò che abbiamo creato come strumento di felicità diventa così il suo ostacolo.

Verso la fine della vita il pensiero di Freud si fece ancora più oscuro e misterioso con la scoperta di Thanatos, la pulsione di morte. Il principio di piacere ci spingerebbe in due direzioni opposte: Eros e Thanatos. Eros conduce avanti, verso la vita, l’amore, il futuro e la speranza; Thanatos ci riporta al grembo materno, l’unico luogo in cui non provavamo dolore.

Proveremmo risentimento verso la vita e verso nostra madre per averci generati nel dolore. Questo odio materno è parallelo al celebre «complesso di Edipo», il desiderio inconscio di uccidere il padre e sposare la madre: una spiegazione perfetta dell’ateismo dello stesso Freud, che respinge Dio Padre e sposa la Madre Terra.

Mentre Freud moriva, Hitler saliva al potere. Freud intuì profeticamente la forza della pulsione di morte nel mondo moderno e non sapeva quale delle due «potenze celesti», come le chiamava, avrebbe prevalso. Morì ateo, ma quasi mistico. Conservava abbastanza del pagano da offrire intuizioni profonde, quasi sempre mescolate a clamorosi punti ciechi. Ricorda la descrizione che C. S. Lewis diede della mitologia pagana: «bagliori di forza e bellezza celesti caduti sopra una giungla di sporcizia e imbecillità».

Ciò che innalza Freud molto al di sopra di Marx e dell’umanesimo secolare è la percezione del demone nell’uomo, della dimensione tragica dell’esistenza e del nostro bisogno di salvezza. Purtroppo giudicò l’ebraismo che aveva respinto e il cristianesimo che disprezzava semplici favole, troppo belle per essere vere. Il suo senso tragico nasceva dalla separazione fra vero e bene, fra «principio di realtà» e felicità.

Soltanto Dio può ricongiungerli al vertice.